Tre mesi possono sembrare un’eternità quando sei lontano da casa per troppo tempo. La sosta invernale ha il sapore del distacco, quel vuoto allo stomaco che senti dentro quando ti tolgono qualcosa a cui sei tanto abituato. I fine settimana senza partite, le serate senza grida dei tifosi e il campo di Barbengo chiuso troppo a lungo.
Sabato siamo finalmente tornati a vivere la normalità. Come una piazza di paese che ritrova i suoi abitanti dopo un inverno silenzioso, il campo di Barbengo ha riacceso i fari, riaperto le porte e ripreso a respirare.
Sabato 28 febbraio 2026, ore 20:15. Prima partita del girone di ritorno contro il Riva San Vitale. Bentornati a casa.
Il tabellino
50′ Ceresio 1-0 (Gygax – rigore sbagliato e gol di ribattuta)
61′ Ceresio 2-0 (Sylla – rigore con capovolte pirotecniche come esultanza)
70′ Riva San Vitale 2-1
89′ Riva San Vitale 2-2 (rigore)
Risultato finale: FC Ceresio 2 – FC Riva San Vitale 2
La partita: quando l’amarezza è doppia
Si chiude con un pareggio che lascia l’amaro in bocca la prima partita del girone di ritorno. Lo sappiamo, ogni punto vale oro in questo campionato, ma la strada è lunga e non va fatto un dramma. C’è tempo, non è la fine del mondo. L’amarezza, però, è reale.
Primo tempo di studio, poi nella ripresa il Ceresio prende il controllo. Al 50′, Andrea Gygax si presenta dal dischetto: rigore parato, ma lui è il primo a ribattere e a portare il Ceresio in vantaggio: 1-0. Undici minuti dopo, ancora un rigore: questa volta è Ahmed Sylla a calciare, non sbaglia: 2-0 e ci regala un’esultanza degna di un acrobata, con mortali e capovolte. Partita apparentemente in controllo.

E invece no. Dopo tutte le rimonte epiche del girone d’andata stavolta siamo noi ad esserci fatti recuperare. Al 70′ il Riva accorcia, all’89’ su rigore pareggia. 2-2 finale.
Ma al di là del risultato, la prova complessiva è stata sottotono. Ci aspettavamo qualcosa di più, in generale, considerando i tanti innesti arrivati durante la sosta e le ottime amichevoli fatte in preparazione. La qualità tecnica c’è, i numeri anche, ma forse manca ancora quella chimica, quel qualcosa in più che trasforma un gruppo di giocatori in una squadra vera. Il materiale è buono, tra i nuovi “acquisti” abbiamo diversi profili interessanti, sia a livello calcistico che a livello umano. Ma la strada è ancora lunga.
Da segnalare una partita nervosa: quattro gialli e un’espulsione per il Riva, un solo giallo per noi (Ruben al 78′). Partita tesa, combattuta, ma mai cattiva.
Quando la classifica ti riporta con i piedi per terra
Mentre noi pareggiavamo 2-2 con il Riva, domenica il campionato continuava a scrivere la sua storia. Il Coldrerio ha vinto 0-1 a Vacallo e il Ligornetto ha travolto 4-1 il Basso Ceresio. E così, in un weekend, siamo passati da primi a secondi a parimerito con il Coldrerio.

Forse ci eravamo abituati a vederci lassù, in vetta alla classifica da soli. Forse qualcuno pensava che dopo aver chiuso il girone d’andata da campioni d’inverno, record storico per il Ceresio, la strada sarebbe stata tutta in discesa. Forse qualcuno pensava che le avremmo vinte tutte 10-0 o che sarebbe bastato aggiungere qualche nome nuovo per dominare il campionato senza neanche sudare.
Ma il calcio giocato è un’altra cosa. Ogni partita è una battaglia da affrontare, da sudare e da conquistare centimetro per centimetro. Di semplice e di scontato, nel calcio, come nella vita, non c’è assolutamente nulla. E il campo, prima o poi, presenta sempre il conto a chi sottovaluta il percorso.
Qualcuno ha lasciato il campo arrabbiato sabato sera, qualcuno era addirittura deluso, come se questo pareggio fosse una tragedia senza precedenti. La tristezza è lecita, sognare lo è ancora di più e ci mancherebbe. Ma non facciamone un dramma, non trasformiamo ogni risultato che non sia una vittoria in un affare di stato.
Primo, perché il campionato è lunghissimo. Mancano ancora tantissime partite, e chi pensa di aver già vinto o perso a febbraio non ha capito nulla di questo sport.
Secondo, e forse più importante: ricordiamoci chi siamo. Siamo il Ceresio. Non siamo mai stati qui a questi livelli e con queste aspettative. È giusto avere un po’ di rammarico per un pareggio, sarebbe grave il contrario, ma godiamoci questa stagione magica senza trasformare ogni piccolo intoppo in una catastrofe. Attenzione, non sto dicendo di tornare con i piedi per terra e nemmeno di abbassare le aspettative; semplicemente di gioire e apprezzare per quello che già è stato fatto.
Siamo secondi a pari merito con il Coldrerio. Siamo ancora lì, ancora in corsa, ancora protagonisti di una stagione che resterà nella storia del club. E questo, da solo, dovrebbe bastare a farci sorridere.
Ora testa alla prossima partita, o come dicevano gli allenatori di una volta “Testa bassa e pedalare”. O più semplicemente: basta con i drammi.
Il terzo tempo: il vero campo di gioco
Risultato a parte, la serata ha regalato qualcosa che ci mancava da troppo tempo: casa nostra. Ritrovarsi al campo di Barbengo, battere il cinque ai giocatori con un “forza ragazzi” prima della partita, salutare i tanti tifosi sempre presenti (nonostante l’assenza della curva per altri impegni), godere per un gol segnato e imprecare per un gol subito. E soprattutto la buvette, il terzo tempo, quel momento in cui il calcio regionale diventa davvero quello che deve essere: gioia di stare insieme.
A fermarsi dopo la partita sono stati il solito numeroso gruppo storico, fatto di giocatori, tifosi, amici e dirigenti, più qualche nuovo arrivato (benvenuti!). Molti se ne sono andati subito, sia dei nostri che degli avversari, chi verso casa, chi chissà dove. Qualcuno ha visto i giocatori del Riva a fine partita? Qualcuno ha visto le squadre avversarie all’andata fermarsi dopo le gare? Alla fine siamo sempre noi. In casa e in trasferta, sempre solo noi a fermarci fino a tardi e a far felici le casse delle società avversarie facendo chiusura in buvette.
Una riflessione necessaria
Forse siamo noi a essere “sbagliati”. In fondo, se rimaniamo tra i pochissimi a vivere il terzo tempo, siamo noi gli outsider e quindi, forse, siamo noi a non capire.
Forse nel calcio moderno, persino in Terza Lega, non c’è più tempo per fermarsi a bere una birra insieme dopo la partita. Forse l’idea di restare in buvette fino a tardi, a parlare di calcio e di vita, a ridere degli episodi della partita è un retaggio del passato che non ha più senso.
Forse c’è chi ancora non ha capito questo contesto. Chi pensa che basti prendere le figurine per vincerle tutte. Chi vuole solo scendere in campo, giocare novanta minuti e poi tornare a casa. Chi vede il terzo tempo come una perdita di tempo o la pizzata di squadra come un optional e la buvette come un posto dove vanno solo quelli che non hanno niente di meglio da fare.
E forse qualcuno non lo capirà mai.
Ma il problema nasce dall’alto. Una volta tutte le società aprivano il famoso “conto squadra” dopo i 90 minuti. Era sì un piccolo benefit per ricompensare i giocatori dopo le corse e i contrasti fatti; ma era anche e soprattutto un modo per dire grazie alla società che ti sta ospitando. Era un modo per aiutarsi a vicenda, da dirigenza a dirigenza. Che poi mi fa sorridere, che parolone “dirigenza”… per non dire “volontari che si spaccano la schiena a montare i tavoli alle feste campestri con la passione per il calcio”. Ora invece ci sono solo dirigenti veri, o così pare, e il “conto squadra” non sanno neanche cosa sia, ma questa è un’altra storia.
Una volta era la norma, tutte le società si fermavano in trasferta dopo gli incontri. Poi i “conti squadra” sono man mano svaniti. Per un po’ è rimasto qualche dirigente avversario, ancora riconoscente, o forse nostalgico che, prima, durante e dopo la partita, passava a bere un caffè, ordinare un panino o bere qualche birra. Ora stanno sparendo anche quelli.
E non è una questione di soldi, per quanto in queste realtà ogni spicciolo sia prezioso: è una questione di principio, di rispetto e di aiuto reciproco tra squadre che condividono non solo il campionato, ma anche le stesse problematiche di queste categorie.
Ma d’altronde, non c’è più nessuno che si offre di fare il guardalinee, di portare il materiale o di aprire la buvette per le partite degli allievi; figuriamoci per aprire il “conto squadra”. Ma d’altronde, siamo pure rimasti in pochi anche a montare i tavoli alle feste; perché è più facile prendersi i meriti per la “bella festa organizzata” che sudare sotto il sole girando le costine alla griglia, ma anche questa è tutta un’altra storia.
E allora sì, noi che ancora apriamo il conto partita, noi che andiamo ancora nei campi avversari un’ora prima della partita per lasciare il nostro contributo alle buvette delle società, noi che ci fermiamo e onoriamo il terzo tempo, forse siamo noi ad essere sbagliati.
O forse, siamo tra i pochi a ricordarci come si vive davvero il calcio in queste categorie.
Perché qui, in Terza Lega, non si gioca per soldi, per la speranza di essere visti da qualche osservatore o per fare carriera. Qui si gioca per passione, per quella maglia che indossi dopo una settimana di lavoro e per quel paio di orette rubate alla famiglia per venire ad allenarti.
E allora cosa resta, se non i momenti insieme? Cosa ti alleni a fare, se poi non ti godi questi attimi? La tecnica conta e il fisico aiuta, ma in queste categorie sono lo spirito di gruppo, l’affiatamento e il legame a fare la differenza. Sono questi momenti: la pizzata di squadra, la birra in buvette e le risate dopo una partita, che costruiscono una squadra vera. Non solo undici giocatori in campo, ma una famiglia.
Il Ceresio, di momenti difficili ne ha passati tanti. Gli allenamenti sul fango quando il campo era chiuso. Il materiale che non bastava mai, palloni vecchi e casacche che non venivano lavate per settimane. Dirigenze che abbandonavano, campi che chiudevano, volontari che sparivano e allenatori che cambiavano, uno dietro l’altro, ognuno con le sue idee, ognuno che ripartiva da zero. Le stagioni in cui sembrava finita, quando guardavi la classifica dal basso e vedevi solamente buio.
Ma alla fine ci siamo sempre rialzati. Sempre. Non perché fossimo i più forti tecnicamente o avessimo la rosa più lunga, ma perché eravamo uniti. Perché quando tutto andava male, c’era sempre qualcuno che diceva “dai, fermiamoci a bere una birra insieme”. Perché dopo l’allenamento sul fango restavamo lo stesso in buvette a ridere, perché anche nelle sconfitte più brutte trovavamo la forza di guardarci negli occhi e dirci “la prossima volta andrà meglio”. Per questo siamo riusciti a costruire delle piccole imprese sportive: le salvezze impossibili, alcune rimonte incredibili e una promozione storica dopo 16 anni, ottenuta con una squadra giovane e inesperta ma tremendamente unita: per la forza del gruppo.
Questa è la vera arma “segreta” del calcio regionale, che poi tanto segreta non è, ma qualcuno se lo dimentica: il gruppo. Non i campioni, non i soldi, non l’allenatore più preparato e non le rose infinite. Il gruppo: giocatori, staff, dirigenti, volontari e tifosi uniti e vogliosi di stare insieme. Quel collante invisibile che tiene insieme le persone quando tutto sembra crollare.
E forse siamo noi quelli sbagliati.
Ma noi continueremo a farlo. Continueremo a restare in buvette fino a tardi, anche quando siamo in trasferta (per la gioia delle casse delle società avversarie che ci ringraziano sempre). Continueremo a fermarci anche quando fuori piove, anche quando fa freddo, anche quando si perde. Perché per noi il calcio è questo. Perché abbiamo imparato sulla nostra pelle che quando il materiale manca, quando il campo è pieno di fango, quando gli allenatori cambiano, quando i palloni sono sgonfi, quando i presidenti impazziscono, l’unica cosa che resta è il gruppo.
E questa lezione, che abbiamo imparato con anni di sacrifici, non la dimenticheremo mai. Speriamo solo che tutti, prima o poi, lo capiscano.
Guardando avanti
Che bello tornare al campo. Che bello tornare a giocare. Che bello tornare a Barbengo, ritrovare quei rituali pre e post partita, che sono parte integrante di chi siamo. La sosta è finita, il campionato ricomincia e noi ci siamo. Come sempre.
Certo, qualche dubbio resta. Il pareggio brucia, la prestazione poteva essere migliore, e forse la squadra deve ancora trovare il giusto equilibrio tra vecchio e nuovo, tra chi conosce questi valori da anni e chi è appena arrivato. Ma siamo fiduciosi.
Perché in fondo, se c’è una cosa che questo gruppo ha dimostrato negli anni, è che quando si è uniti e si crede gli uni negli altri, quando si capisce che il calcio vero si gioca anche fuori dal campo, in buvette, alle cene di squadra, alle feste della società e in tutti quei momenti che creano legame, allora si possono fare cose straordinarie.
Speriamo che tutti, prima o poi, capiscano quanto valgono questi momenti. Quanto sia importante fermarsi, guardarsi negli occhi e ricordarsi perché siamo qui. Non per diventare professionisti, ma per vivere insieme la passione più bella del mondo.
Nel frattempo, noi continueremo a farlo. Continueremo a restare in buvette fino a tardi, continueremo a fermarci anche in trasferta, continueremo a credere che il terzo tempo sia importante quanto i novanta minuti in campo.
Perché questo è il Ceresio. Perché questo siamo noi.
Forza Ceresio, sempre. ⚪ 🔴
Prossima partita:
Domenica 8 marzo 2026, ore 16:00 a Origlio